SULLE OPERE
La presentazione delle opere per me è sempre un'operazione difficile.
Già di per sé usare le parole per spiegare un'immagine non mi sembra una buona idea perchè parola e immagine sono mondi molto diversi e mi sembra difficile che l'uno possa spiegare coerentemente l'altro.
Poi ritengo che chi realizza un'immagine non lo faccia a caso ma proprio per comunicare con questo strumento: "Se avessi potuto spiegarlo non avrei dovuto dipingerlo" diceva un noto artista.
Per me l'opera è un oggetto autonomo che una volta realizzato va in giro per il mondo da solo. Tutto quello che conta dell'opera è l'opera, l'autore, le sue intenzioni e le sue - o di altri - parole non servono: l'opera parla da sola.
Parla da sola proprio perchè è stata creata per questo: parlare a chi la guarda.
Non a parole ma con la sua presenza.
E ad ognuno dice cose diverse.
In realtà alla maggior parte delle persone non dice proprio nulla, perché - vista l'assenza di una sua utilità pratica - questo parlare viene coperto dal rumore dei problemi, i bisogni e le aspettative di chi la guarda.
Dunque per apprezzare (o non apprezzare) un'opera basta essere in uno stato psicologico non pratico, essere sciolti, irresponsabili, possibilisti, aperti alla relazione estetica, proprio come quando si incontra una persona che potrebbe diventare un'amante.
Solo in questo caso con alcuni l'opera crea un dialogo speciale: questi la considerano "bella".
E questo complica ulteriormente l'operazione della descrizione perché, acclarato che "la bellezza è negli occhi di chi guarda", l'argomento esce dall'ambito oggettivo, cioè non riguarda più l'oggetto ma la sensazione della persona, quindi diventa un fatto personale, soggettivo.
E questo impedisce di dire qualcosa di condivisibile in merito.
E la questione della presentazione delle opere potrebbe chiudersi qui.
Tuttavia dall'aspetto di un'opera si possono dedurre molte altre cose interessanti e nulla vieta di parlare di quelle che abbiano un maggior livello di oggettività.
E da quest'angolazione saranno presentate.
OPERE
Il cervello ospita spesso idee solide, forme immaginarie che compaiono e scompaiono a caso.
Queste turbinano, si mescolano, si uniscono, si girano continuamente come gatti di notte e a volte formano una composizione, un'immagine che "dice qualcosa".
Ma è una visione che, oltre ad essere nebulosa, non ha significato logico.
Però è in qualche modo affascinante e questo attiva il bisogno
di realizzarla per possederla.
Di diverso avviso è una parte del cervello, che dice sempre "Ma che la fai a fare st'opera! E' una cazzata, non significa niente!".
E a volte quella voce ha ragione.
Ma altre volte accade proprio il contrario e le immaginazioni più avversate da quella vocina, una volta realizzate come opere, risultano quelle più significative.
Dunque è la visione il motore che mette in moto il processo, anche contro la logica.
E quella visione sembra anche l'unico contenuto dell'opera.
Ma quando inizia la realizzazione vera e propria, quando i colori iniziano a sistemarsi sul supporto, compaiono altri elementi, i cosiddetti contenuti appunto.
Si deducono proprio dalla composizione che sta venendo fuori, dal come e dove sono posizionati gli elementi, dalle luci, dai colori, che svelano rapporti e richiami.
Resta la domanda se sia quest'inizio di presenza fisica a crearli o se li faccia solo emergere, motivazioni nascoste o non riconosciute da un pensiero disattento. Chissà, resta un mistero.
Il concetto di MISTERO solo recentemente ha preso una posizione "consapevole" nell'opera.
La maggior parte del tempo della realizzazione infatti è dedicata proprio a comporre questo mistero in modo che sia il più evidente possibile.
Una specie di scena teatrale dove tutto è posizionato, dimensionato e illuminato a questo fine, ma dove non esiste neppure una regola.
Il mistero è diventato così rilevante per l'opera che forse chiedersi cosa significhi potrebbe considerarsi una domanda sbagliata, visto che il mistero è tale proprio perchè non lo si conosce. Appena viene svelato scompare e con lui si esaurisce anche il senso dell'opera, questa diventa passato.
È proprio nel mistero che bisogna sguazzare, senza farsi le solite domande, perché il mistero non è ignoranza, ha solo un altro modo di parlare, non dice apertamente, evoca.
Anche l'OMBRA, che prima era solo un effetto della luce, con gli anni ha preso maggior spazio nelle opere.
Perché è l'ambiente ideale del mistero, quello che accade nell'ombra non è mai preciso e nitido, ricorda un sogno e proprio questo esalta il fattore psicologico di quello che accade, anche la cosa più comune prende fascino nell'ombra.
Il fascino è l'effetto più piacevole del mistero, sensazione di qualcosa che non riusciamo a comprendere ma che ci dà un'impressione positiva. E' il cugino riservato della bellezza, che invece ride e canta a voce alta.
Oggi quasi tutte (o forse ormai proprio tutte) le opere che realizzo si possono inserire in un unico solco, un solco che ho chiamato SOGNO OCCIDENTALE
"Sogno" oggi significa molte cose, ma in questo caso è la rappresentazione visiva del desiderio e della paura, è ricordo, evocazione, nostalgia, aspettativa, metafora, tutto quello che non esiste ancora, che non esiste più o che non esisterà mai o forse tutto quello che non si ha.
"Occidentale" invece precisa l'imprescindibile punto di vista di chi realizza e di chi guarda, il limite visivo e psicologico che pone il contesto, quella società in cui siamo nati e cresciuti.
Muoversi in questo contesto però permette un'operazione di rilettura, di riciclo dei suoi elementi caratteristici, mettendoli in un nuovo confronto con la nostra parte singolare, esistenziale.
Una parte che quando può - come in questo periodo storico - cerca la fuga, la libertà.
Anzi, la sogna appunto.
Non la libertà assoluta, impossibile per noi, ma una liberazione limitata come ce la presenta la pubblicità, una vacanza nello stile delle cartoline dei tour operator: mare, sole e cielo blu.
Ma anche questa libertà così colorata e piacevole non è facile da godere, i ricordi, l'educazione, i rimpianti, altri sogni riemergono e ci trattengono, o forse affondano e ci lasciano liberi ma soli in questo sogno, dando alla scena la doppia faccia della commedia e del dramma.
Così in questo melodramma si possono trovare insieme storia e fantascienza, capitalismo ed ecologia, surrealismo e metafisica, purezza e cialtroneria, accompagnate dai richiami a molte delle correnti artistiche e culturali di ieri e di oggi.
Insomma quello che plasma e che ha plasmato il nostro pensiero.
Il tutto tritato insieme per far intravedere altre tematiche che, come anticipato all'inizio, non non è possibile dire.
Chi dipinge deve per forza affrontare la questione TECNICA e chiedersi perchè dipingere, come e cosa.
Una domanda che deve confrontarsi con la fotografia e ultimamente anche con l'AI.
Come si sa, la fotografia ha invaso da tempo il campo della pittura ma oggi in maniera più pervasiva grazie alla sua diffusione popolare.
Questo ha convinto tutti (e per un certo periodo anche a me) che la pittura fosse morta.
Ma, anche se sembrano fratelli, i due strumenti sono molto più lontani di quel che sembra, per certi versi opposti.
Certo la fotografia riproduce meglio, ricorda meglio, definisce e rifinisce meglio, illumina meglio, elabora meglio.
Ma è imprescindibilmente legata all'esistente perchè deve sempre partire da questo.
Di conseguenza ha un tempo e uno spazio ineludibili: le foto hanno sempre una data e un luogo geografico precisi e anche i suoi soggetti sono ineludibili, sono proprio quelli lì, esistono.
Per finire è realizzata da una macchina, partendo dal suo occhio meccanico, molto diverso dai nostri, allo scatto di un attimo, fino alla sua stampa.
Questo mi ha fatto ritenere che esista ancora un campo - certo molto residuale - di competenza esclusiva della pittura.
La vera differenza tra i due strumenti per me è nel rapporto con la realtà, diretto quello della fotografia, indiretto quello della pittura e nel rapporto con la manualità, diretto quello della pittura, indiretto quello della fotografia.
Preso atto di questo (ma anche per una personale predisposizione), da molti anni l'INVENZIONE è alla base di tutta la mia pittura, l'unico punto veramente fisso di tutto i mio lavoro e per me l'unico motivo per dipingere.
Non sono ammesse copie o riferimenti diretti, se non so come è fatto qualcosa vado a vederlo e poi abbandono il riferimento per poterlo ricostruire liberamente.
Per fare questo occorre una capacità non più molto apprezzata: la BRAVURA.
Oggi la bravura manuale è proprio fuori moda, troppo naif, arcaica, poco concettuale.
Mi sento tuttavia di spezzare una lancia a favore di questa competenza proprio perché bisogna segnalare che senza la bravura non si può riportare, rappresentare ed esporre correttamente un'idea, una sensazione, un concetto.
È lei quella che fa la differenza, quella che genera quel piccolo miracolo che trasforma manualmente una cosa in un'opera, che permette di svelare i concetti.
Questo fa riflettere sul fatto che forse il concetto visivo è sottoposto alla bravura e non il contrario.
Sembra un pensiero bizzarro ma in fondo è la base del concetto di autore: ricopiare pedissequamente l'opera di un altro autore mantiene identico il concetto ma non porta le stesse sensazioni e l'opera viene azzerata come falso.