EDWARD HOPPER

Avendo fatto un richiamo a questo autore, è doveroso che dica qualcosa su di lui.
Non condividendo una parte delle sue soluzioni, la mia simpatia per lui è apparentemente immotivata. Hopper è stato descritto come colui che ha saputo rappresentare la solitudine americana, la civiltà industriale e il suo incrocio con la natura, insomma un uomo che guarda con partecipazione alla società.
Forse la critica del tempo vedeva nella presenza di contenuti sociali una nobilitazione dell'opera artistica che, nel caso di Hopper altrimenti sarebbe sembrata senza contenuti. Così ha individuato come fattori essenziali quelli che invece mi sembrano solo una conseguenza casuale delle sue rappresentazioni.
Questa lettura, oltre a non rispecchiare alle sue opere, mi sembra anche poco rispettosa di quello che egli stesso ha detto.
Per citare la più famosa "Nighthawk", emblema della solitudine notturna, di quella opera diceva "Nighthawk rispecchia la mia idea di strada nella notte; non necessariamente legata ad una forte idea di solitudine... Probabilmente ho inconsciamente dipinto la solitudine di una grande città".
E ancora, riferendosi ad una sua opera, scriveva; "Forse non sono molto umano. Il mio desiderio era di dipingere la luce del sole riflessa sul muro di una casa".
Io vedo nelle sue opere non una metafora della vita e della società, ma un tentativo di rappresentazione della vita stessa, nella sua semplice meraviglia; un muro illuminato dal sole può essere più interessante di una precisa analisi della società americana. Questo lo rende ai miei occhi un grande artista di avanguardia. E spiega la mia immotivata simpatia per lui.

Ho iniziato a dipingere da bambino e per questo sono stato affascinato un pò da tutte le correnti artistiche, dagli antichi greci all'informale. Per molti anni quindi ho dipinto ondeggiando tra lo stile classico e quello di ricerca.

Poi, pochi anni fa, avendo la casa da arredare, mi sono chiesto "cosa appenderei a queste pareti?". Lì ho avuto la conferma che ad un'opera che doveva farmi compagnia non chiedevo di farmi riflettere sugli sviluppi della ricerca formale o sulla condizione dell'uomo. Io cercavo qualcosa che, appeso a un muro (non è questo il posto dei dipinti?), desse una sensazione semplice.

Così ho guardato con più attenzione le sensazioni di base e mi sono accorto che la felicità è una sensazione talmente basilare da essere banale. Tutti la conoscono, dal grande professore all'ultimo degli analfabeti. Questo vuol dire che tutti abbiamo dentro l'idea di felicità e ne comprendiamo il linguaggio.

Ma la felicità è un'idea, e un'idea in sè non esiste per il mondo perchè non è visibile. Io credo che il ruolo dell'autore non sia di avere l'idea, ma di riuscire a rappresentarla. E' lui che la crea per il mondo, costruendola e rendendola visibile a tutti.
A poco a poco ho trovato nella bellezza l'elemento fisico che riesce meglio a rappresentare la felicità. Anche questo è un elemento basilare di cui tutti conoscono il linguaggio.

Quindi potrei dire che la bellezza felice è il concetto che cercavo ma è talmente banale che è difficile rappresentarlo. Così, per rendere le opere semplici fino alla banalità, ho dovuto ripulirle di tutti gli elementi culturali, i richiami sociali e personali, ed ho spersonalizzato la tecnica fino ad abbandonare anche l'effetto pittorico, a me tanto caro. Per capire queste opere basta sforzarsi di essere semplici.

Oggi poi, guardando l'arte con un occhio più semplice, mi sembra che, togliendo gli elementi non essenziali, tutte le opere (esplicitamente o implicitamente) parlino di questo.
Per me la rappresentazione della felicità è il motivo profondo della pittura, perchè bellezza e felicità sono misteriosamente collegate e sono la spinta di tutte le nostre azioni.